L’altra sera ho visto per la prima volta Labyrinth, il famoso film di Jim Henson (quello dei Muppet) con David Bowie. La storia non mi ha attratto particolarmente, ma la scenografia, la costruzione dei burattini e i burattinai che li animavano mi hanno tenuto dentro al labirinto per qualche giorno.
Qualche anno fa avevo già visto il film The Dark Crystal e la serie The Dark Crystal – Age of Resistance ed ero rimasto ugualmente affascinato.
Labyrinth, come i due The Dark Crystal, mi ha trasmesso il fascino indiscutibile che ha un gruppo di persone che si trovano a costruire oggetti di scena a mano con gomma, tessuto, legno, metallo, elettronica.
Come ad esempio una testa indossata da un attore e animata da 18 motori controllati da 5 burattinai contemporaneamente, tutti sincronizzati con l’attore per dare a ogni parte del volto l’espressione giusta in ogni inquadratura.
Mi sono chiesto (è una domanda stupida, lo so) come mai ad un certo punto abbiamo deciso che stare ore seduti al buio davanti a un programma di grafica 3D ad animare un mostro fosse meglio che costruirlo a mano.
Ovvio che il motivo sono i soldi e l’efficienza. Adesso esistono i set virtuali in cui fino all’ultimo secondo si possono cambiare le luci, lo sfondo, si possono spostare elementi in tempo reale. Un certo tipo di cinema viene fotografato con luci non troppo marcate per dare la possibilità di decidere in seguito, in fase di post produzione, come illuminare la scena e i personaggi. Significa tenere la porta aperta, non prendere una decisione definitiva, avere sempre più opzioni tra cui scegliere. Di fatto, rimandare le decisioni all’ultimo, tanto si può sempre fare l’ultima modifichina.
È tutto molto pratico, tecnologicamente impressionante, ma per me ha meno fascino del lavoro dietro a un film come Labyrinth, che è sicuramente più coraggioso, anche se alla fine sembra girato a Gardaland.
Mi rattrista pensare a un gruppo di artisti 3D e di effetti visivi digitali chiusi per ore, per mesi, davanti a schermi in stanze buie a pettinare il pelo di una creatura che poi il regista e il direttore della fotografia decidono di piazzarlo in una scena completamente nera.

Al contrario, vedere gli artisti di Labyrinth costruire maschere, corazze e un intero villaggio goblin in scala 1 a 1 ha tutto un altro fascino. È vero che per fare le scene notturne si usavano le fintissime luci blu, ma intanto il lavoro di tutti quegli artisti si poteva vedere senza perdere qualche diottria.
Mi rendo conto che questo discorso ha lo stesso entusiasmo verso il progresso che ha un comunicato Coldiretti. Non lavoro nel cinema, ma faccio effetti visivi per la pubblicità. Passo anche io le mie giornate dietro uno schermo a sistemare ogni pelo nell’uovo, motivo per cui ho scelto il disegno e la pittura tradizionale come passatempo per stare lontano dal PC (e poi ovviamente ho aperto questo blog e un canale YouTube, che mi riportano in prigione senza passare dal via).
So di cosa sto parlando e non voglio romanticizzare un passato che non conosco perché non ero neanche nato e non ci ho mai lavorato. So che anche adesso al cinema si fanno cose meravigliose in digitale, mi ha sempre affascinato ed è il motivo per cui fortunatamente ho trovato il lavoro che faccio e che mi piace. E so benissimo che anche oggi gran parte della produzione di un film prevede la creazione di set e attrezzature di scena concreti.
Però credo che anche per gli attori sia molto più divertente correre per le vie del villaggio goblin inseguiti da massi rotolanti radiocomandati e nascondersi dentro vere case di cartapesta invece che recitare su un set fatto solo di stoffa verde e tutine per catturare i movimenti da riportare su personaggi 3D.
Se nemmeno nelle arti ci divertiamo a fare le cose, costa stiamo a fare al mondo?
Tutte queste elucubrazioni mi hanno portato a passare un paio di giorni affascinato dalla creatività del disegnatore dei personaggi di Labyrinth: l’illustratore Brian Froud.
Ho preso matita e acquerelli e mi sono messo a giocare creando personaggi a caso e insetti assurdi. Un bel diversivo dopo tutta l’attenzione a dipingere paesaggi all’aperto.

Vi lascio con il documentario Inside the Labyrinth sulla realizzazione di Labyrinth, sperando vi affascini come ha fatto con me.
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